L’ipocrisia dei lavori socialmente utili

La dignità delle persone passa attraverso la dignità del lavoro svolto. Un intervento di Maurizio Trabuio, ci costringe a riflettere su quale sia il valore reale del lavoro di pubblica utilità chiesto ai richiedenti asilo.

Come responsabile di una cooperativa sociale che ospita richiedenti asilo in diversi comuni del Veneto, mi capita spesso di imbattermi nella questione dei lavori di pubblica utilità. Dietro questo nobile nome devo confessare che si nasconde una grande ipocrisia e talvolta, spero, tanta ignoranza. E’ una grande ipocrisia immaginare di poter definire lavori quelle mansioni svolte da persone “volontariamente” indotte a prestare la loro opera “gratuita” in contesti organizzati e professionali. Delle due l’una: o queste attività sono considerate lavoro e perciò devono seguire le regole del lavoro, la formazione, la retribuzione, la definizione di obiettivi, l’allocazione di risorse e di strumenti adeguati allo scopo, la possibilità di premiare il merito e sanzionare il demerito, oppure, se non seguono tutte queste regole, non possono essere considerate un lavoro. D’altra parte, la pubblica utilità infatti trova soddisfazione nell’appalto dei lavori che il pubblico committente svolge quando ha la necessità di definire un servizio/raggiungere un obiettivo/ottenere un risultato.

Se i richiedenti asilo e i rifugiati facessero come lavoro queste attività di pubblica utilità dovrebbero passare attraverso l’appalto di opere pubbliche. Se così non è, è evidente che non è un lavoro.
Immaginiamo per un attimo cosa succederebbe a tutti coloro che vivono svolgendo il loro lavoro in appalto per il pubblico committente se venissero sostituiti improvvisamente da pseudo-lavoratori volontari e gratuiti? Avremmo evidentemente un incremento della disoccupazione non necessariamente a fronte di un miglioramento del risultato. Forse ci sarebbe anche un risparmio delle casse pubbliche, che poi dovrebbe essere speso per sostenere i disoccupati.

Escludiamo perciò che queste attività di pubblica utilità possano essere considerate un lavoro.
Sappiamo al contrario che queste attività sono svolte volontariamente e gratuitamente dai richiedenti asilo sufficientemente motivati dai relativi operatori delle cooperative a restituire alla collettività parte del bene ricevuto con l’accoglienza. Non potremo certo lamentarci se qualche volta non li vediamo presenti nell’orario prestabilito, non potremo certo imputare loro la lunga pausa che decidessero di fare tra un’aiuola e l’altra, così come non potremmo pretendere di subire in silenzio gli sguardi torvi, le risatine di scherno o le offese dirette a sfondo razziale che i loro “colleghi” pubblici dipendenti o i passanti rivolgono costantemente nei loro confronti. Sono volontari e gratuiti, non si può pretendere nulla.
D’altra parte gli viene anche affidata normalmente un’attività poco qualificata: togliere l’erba manualmente dall’aiuola del monumento ai caduti, raccogliere manualmente le foglie lungo la staccionata della scuola, spandere con il rastrello la ghiaia sulle buche per le strade interpoderali comunali, imbiancare qualche parete esterna di qualche spogliatoio di qualche campetto di periferia dimenticato da Dio e dagli uomini, e l’elenco potrebbe continuare. Attività che come si può ben vedere non comportano rischi di infortunio, non richiedono alcuna competenza professionale, non sarebbero svolti da alcuno in appalto. Il “povero” rifugiato gambiano o ghanese o nigeriano o afgano avrà tante sfortune nella vita, ma normalmente non è stupido, e mentre è ben disposto e motivato inizialmente, quando viene indirizzato a restituire alla comunità locale attraverso la sua opera il bene ricevuto, immaginando in questo modo di guadagnarsi lo spazio di accoglienza e di integrazione a cui pensa di avere diritto, approdando al mondo occidentale, si ritrova in poche settimane a riflettere sul senso della sua esistenza che lo porta a togliere l’erba con le mani dall’aiuola del monumento ai caduti della prima guerra mondiale. Forse se lo dice in maniera diversa, ma il senso è antico: “cui prodest?” (a chi giova?) Non trovando risposte se ne torna mesto al suo centro di accoglienza e mentre aspetta che la burocrazia italiana continui il suo lento e inesorabile corso per dirgli se ha o meno titolo alla protezione internazionale, l’assenza di risposta al “cui prodest” lo porta a deprimersi e ad acconciarsi alla lunga attesa nell’inutile far niente. A chi tocca uscire dall’ipocrisia? Non sarebbe meglio dichiarare che queste persone hanno l’obbligo di fornire un certo numero di ore settimanali di “vero lavoro”? e come tale formato, organizzato e retribuito? E grazie a questa retribuzione contribuire alle spese del proprio mantenimento mentre sono in accoglienza? E attraverso questa contribuzione perciò accrescere il prodotto interno lordo, e quindi accrescere la collettività di un valore aggiunto che è tanto più importante di qualsiasi finta pubblica utilità?
Abbiamo l’obbligo tutti di uscire dall’ignoranza, di non lasciarci defraudare dalla verità dei fatti che ogni sera piccole persone alla ricerca di consenso continuano ad ignorare.

Maurizio Trabuio