Vivere senza

“Vivere senza” è un racconto di Maurizia Rossella utile per capire meglio cosa è accaduto a Gorino. Buona lettura.

VIVERE SENZA

racconto di Maurizia Rossella

MARGOT

  • Ciao Ben, sono Margot, come va?
  • Chiamami dopo, non posso stare al telefono.

Di solito io e Ben ci sentiamo al fisso, non al cellulare, siamo convinti che così possiamo chiacchierare a lungo, altrimenti ogni volta consumeremmo un’intera scheda telefonica. Tra noi c’è una confidenza creata in trent’anni di amicizia e, se uno chiama nel momento sbagliato, lo dice e l’altro capisce al volo e mette giù, tanto, i nostri, non sono affari urgenti. Spesso ci dilunghiamo in cronache e commenti sugli impegni della giornata, cos’hai fatto, chi hai visto, cosa ti ha detto, prima di affrontare l’unico argomento che ci interessa davvero, la pubblicazione che abbiamo in ballo da mesi. Stamattina ho chiamato Ben per illustrargli come vorrei procedere alla prevendita del volume.

Mi richiama lui dopo un quarto d’ora.

  • Scusami per prima, – dice – ma ero in emergenza.
  • Cosa è successo?
  • Un disastro: sai che stanotte è scoppiato un temporale. Ieri sera avevo tirato giù la persiana ma ho lasciato le stecche aperte e i vetri spalancati per far passare l’aria. Sai che ho la scrivania sotto la finestra, mi piace guardare fuori quando sto al computer. Insomma appena sveglio vado a controllare la posta, è il primo gesto che faccio appena alzato, accendo tutto e, mentre si scaricano le mail, faccio colazione. Mi accorgo che il tavolo è allagato, bagnato tutto, carte, tastiera e schermo, tablet e cellulare che avevo messo in carica la notte. Sono corso a prendere uno straccio e ho tamponato in fretta, poi ho preso il phon e stavo asciugando il computer quando mi hai chiamato.

  • E allora? Funziona?

  • No, perso tutto.

  • Perso tutto? Vuoi dire tutti i dati?

  • Tutto.

  • Ma come? Proprio tu che sei un esperto informatico? Avrai avuto l’accortezza di salvare man mano nelle chiavette, nella nuvola, nel cloud.

  • Se ti dico perso tutto vuol dire perso tutto. Punto. A capo. Capisci l’italiano?

  • Sì capisco, mi dispiace, e adesso?

  • Adesso un corno, smettila, che sono già abbastanza nervoso! – E mi butta giù il telefono.

Seguono telefonate di scuse e condoglianze, sì perché quando muore uno strumento elettronico è come se morisse un vecchio, con la sua dipartita si porta in tomba anni di lavoro e svago, decenni di scambi di lettere e informazioni. Il tono delle telefonate per superare la crisi è dimesso.

  • Ben, posso fare qualcosa per te? – Gli chiedo con tono conciliante una settimana dopo il fattaccio. – Se vuoi posso aiutarti a ricostruire l’indirizzario, ti invio la mia rubrica e ti copi i dati che ti servono.

La sua risposta mi stupisce.

  • Sai, subito è stata una batosta, sono andato in panico, non avevo i miei riferimenti, ma ora che è passato qualche giorno mi rendo conto che in fondo questa perdita non è poi un gran male.
  • Ma come! Hai perso anni di foto, carteggi, allegati, documenti, locandine, pieghevoli, testimonianze dell’attività della VITA ELETTRONICA, la tua associazione, l’hai fondata proprio tu, come fai a sostenere che non è un gran male? Come facciamo a pubblicare il volume? Manca poco alle celebrazioni per il trentennale, come facciamo se hai perso i file?
  • Cosa vuoi che sia, i file di lavoro ce li hai tu e ce li ha anche il grafico, non c’è da preoccuparsi, adesso salva tu le bozze in chiavetta, ormai siamo a buon punto e il materiale è pronto, per il resto, sì, è vero, tutto buttato al vento, ma in fondo non era che realtà virtuale, a ben guardare si è volatilizzato qualcosa che non è mai esistito, non è come quando va a fuoco una casa e bruciano i libri insieme ai mobili. Subito dopo l’uragano, dopo aver constatato che le apparecchiature erano fuori uso, sono andato nel pallone, è vero, mi sentivo come in lutto, vuoto, smarrito, andavo da una stanza all’altra con la smania di mettere in funzione, pigiare, attivare, mi mancava il gesto dell’indice che preme il pulsante per accendere, il gesto del pollice che striscia il touch-screen, le lucette che lampeggiano, il suono modulato del richiamo di sms e tweet, la suoneria che tanto ho amato e mi rassicurava le giornate, ma, passati i primi momenti di astinenza, che sono i più duri perché senti di non avere più le tue abitudini, ho cercato di ragionare con distacco, mi sono accorto che, a mente fredda posso dire che…

S’interrompe e tace, come se dovesse riflettere prima di rivelare la sua scoperta.

  • Sentiamo.
  • Finalmente mi sento libero.
  • Libero! Allora non pensi di ricomprarti il computer nuovo e gli altri marchingegni che smanettavi a raffica?
  • No, sto valutando cosa fare, per ora resto senza, assaporo la libertà di aver le mani libere e star lontano dalla scrivania, ho calcolato che perdevo ore della mia vita, oltre agli occhi, sulle macchinette. Adesso, dopo l’allenamento, sto in amaca a guardare le nuvole al galoppo nel cielo spinte dal vento, dall’alto del terrazzo del mio terzo piano osservo il mio vicino Pètros che da bravo pensionato raccoglie i pomodori giù nell’orto. Vediamo se non usando il mouse e non digitando tastiere mi passa il male al polso, forse risolvo quel dolore alla spalla che mi perseguita da mesi. Per ora me la godo.
  • E tutta la gente con cui sei in contatto? Facebook, whatsapp, cosa penserà se non rispondi?
  • Chi mi vuole mi telefona, il fisso ce l’ho ancora. Se davvero vogliono relazionarsi con me mi cercano a casa e mi trovano e se non mi trovano possono scrivermi una lettera, la infilano in una busta, ci scrivono l’indirizzo, mettono il francobollo e mi arriva per posta.
  • Stai scherzando, vero? E se sei in giro per il mondo?
  • La trovo nella cassetta delle lettere quando torno.
  • E per le notizie? Ho capito, invece che leggere i giornali su internet, guarderai la televisione.
  • No, neanche più quella. Finora non ti ho detto niente, avevo mandato l’adesione a tua insaputa, per scherzo: sono stato selezionato per partecipare a un concorso, da quando è soffiato l’uragano e la pioggia ha allagato la mia scrivania mi sto preparando sul serio.
  • Non capisco, dimmi di cosa si tratta.
  • Ti dirò solo il titolo, si chiama esperimento VIVERE SENZA, tu che hai il computer il tablet lo smartphone e tutto il resto da domani potrai leggerne il resoconto giornaliero sul sito www.viveresenza.it. Io lo scrivo a mano e lo detto ai dimafoni al telefono, come facevano una volta i giornalisti con i loro pezzi, loro lo trascrivono e lo mettono in rete. Io non potrò leggerlo, tu e gli altri sì.
  • Si vince qualcosa? Cosa c’è in palio?
  • Non te lo dico, devi leggere il diario, da domani lo trovi on line.

BEN

1° giorno

Arrivano i tecnici: prima ti illustrano i divieti che devi rispettare, poi ti fanno firmare il contratto. Finita la parte burocratica, in quattro e quattr’otto staccano cavi, spine e caricabatterie in giro per la casa, imballano il televisore e lo caricano sul camion. Anche se avrei potuto tenerlo sigillato in salotto, ho preferito che traslocasse e lasciasse libero il posto così posso appoggiare qualcosa sopra al mobile. Oltre a far sparire la tivù, il contratto prevede di rinunciare al cellulare e ad ogni dispositivo che consenta connessioni, pena l’espulsione. Solo il telefono fisso mi è concesso, ma senza segreteria telefonica: chi c’è c’è, chi non c’è non c’è, qui ed ora. Mi hai cercato e non mi hai trovato? Peccato, sarà per un’altra volta. Anche il computer ha sloggiato, che bello vedere la scrivania sgombra. Solo la radio è rimasta a farmi compagnia, la userò con parsimonia a ore fisse, per ascoltare le puntate del libro ad alta voce, qualche concerto della sera e seguire le notizie dal mondo al giornaleradio come si faceva in tempo di guerra. Non che prima di aderire al concorso passassi molte ore davanti alla tivù, i miei genitori mi hanno insegnato fin da piccolo che il televisore è un elettrodomestico alla stessa stregua di una lavatrice o un frullatore, ovvero dotato di un pulsante che serve per accendere come per spegnere. Quando ce l’avevo, cioè fino a ieri, la televisione, mi sedevo in poltrona per guardare un film o il telegiornale, non la tenevo accesa per avere un sottofondo gracchiante e fastidioso, addirittura, se mi capita di entrare in un bar che ha la tele a tutto volume piena di pubblicità e cazzate a raffica, faccio dietrofront e me ne vado. Ora, visto che godo del vantaggio di abitare da solo e nessuno mi blatera addosso, comincio ad apprezzare il silenzio e presto attenzione al cinguettio degli uccelli sul ramo davanti alla finestra, riconosco i richiami di merli, passeri, tortore e cicale. Tanta poesia contrasta forse con la mia corporatura atletica? Non credo. Il frinire incessante stamattina mi dava fastidio, il turtur delle tortore mi pareva un tormento senza tregua, ma, ascoltandoli, mi è venuta l’ispirazione, ho composto di getto un brano musicale basato sulla melodia sempre uguale che fa il trillo di un fringuello, così: quink quink quink, firulìn firulìn firulin…

2° giorno

All’esperimento VIVERE SENZA ho aderito quando ho saputo che si vince una somma di danaro, mille euro al giorno, quanto più si tiene duro tanto più si intasca, inoltre è prevista la pubblicazione a puntate, prima online, poi in un libro reale, cartaceo bello e buono, del Diario di deprivazione sensoriale, così lo hanno definito gli ideatori dell’iniziativa, un pool di psicologi e neurologi studiosi delle reazioni cerebrali nei casi di carenza di stimoli, luminari, gente formata nei Centri di Raccolta, nelle carceri e negli ospedali. Invece io lo chiamo Diario di libertà. Libertà di fare cosa non so bene ancora, lo vedremo nei prossimi giorni, intanto, per oggi, mi rallegro di non vedere più certe facce né ai telegiornali né agli special, che sollievo! Basta coi tramaccioni, pin-up svampite, retate, restrizioni, sanzioni, club dei minestroni. Stasera, per festeggiare la liberazione da tablet e smartphone, tastiere, schermi e suonerie preparerò un menù speciale: pasticcio al ragù. Potrò parlare mentre cucino e dire quel che mi viene in mente, senza fermarmi a digitare alcunché, un privilegio, al giorno d’oggi, aver le mani libere. Mentre aspetto che cucini nel forno mi metto sul terrazzo a pedalare sulla bici da fermo, mi alleno sui rulli per la prossima gara. Al suono del campanello mi precipito alla porta, sono eccitato all’idea di comunicare agli ospiti la grande novità.

3° giorno

Ieri sera li ho fatti accomodare sul divano in salotto, li ho invitati a guardarsi bene attorno e ho chiesto se trovavano qualcosa di diverso nella stanza. Chi ha detto un quadro spostato, chi la poltrona, Margot ha lodato l’allestimento della tavola, coi sottobicchieri e i calici da vino. Ma come? Non vi siete accorti che manca qualcosa in questo spazio vuoto? Sì, è vero, hanno detto in coro, la tivù. Si è rotta? L’hai messa in camera? No, l’ho eliminata insieme ad altre cose digitali e adesso vi prego di obbedire ai miei ordini: spegnete i cellulari e lasciateli dormire inattivi nello spazio lasciato vuoto dalla tivù che manca. Ma neanche per idea, non posso non rispondere ai messaggi, ha esclamato Joseph, che si era presentato alla porta con la propaggine cellularica in mano senza smettere di digitare da gran maleducato. Va bene, allora se non vuoi giocare puoi andartene, mi sono sorpreso a dichiarare con un tono così severo da stupire anche me. Quella è la porta, gli ho indicato, se però decidi di restare saprai cosa succede. Mi hanno guardato sbigottiti tutti e cinque, poi con riluttanza hanno premuto off e si sono alzati a uno a uno a depositare il loro armamentario. Un silenzio interrogativo si è diffuso. Ragazzi, che esperienza, ha esclamato Joseph, tu stasera ci tieni in ostaggio per tre ore isolati dal mondo, bella roba, ci rimpinzi e ci privi dei nostri amici lontani. Alle sue parole mi sono innervosito, ma dentro di me mi sono detto stai calmo, non lasciarti rovinare la serata. Prova a considerare gli amici che hai qui davanti in carne e ossa, ho scandito bene a-mi-ci-in-car-ne-e-os-sa, vi-vi-ve-ge-ti-e-re-ali, li puoi toccare e sentire, non solo leggere quel che scrivono, se ti metti d’impegno e li osservi bene puoi capire quel che provano. Io, ad esempio, adesso sarei un pelo incazzatino con te ma cerco di non darlo a vedere, eppure dovresti notare che mi tremano le mani e il tono di voce è alterato. Perché saresti incazzato? Eravamo in sei, io, Margot, Joseph e Valérie, la sua fidanzata che non ha mai aperto bocca tutta la sera ma lo guardava in adorazione, più un’altra coppia sposata da vent’anni, Paul e Susan che se la ridevano di gusto e mostravano di stare al gioco. Perché mi fa male constatare che un mio presunto amico non capisce che sto facendo un’esperienza importante, non solo, non vuole neanche sentirla spiegare e questo lo ritengo un segno di ristrettezza mentale, quindi la mia stima per te è calata. Va bene, sentiamo, ha detto Joseph con aria di sufficienza. Ho raccontato la storia e ovviamente alla fine mi hanno tutti attaccato perché l’unica cosa che hanno capito è che lo faccio per i soldi. È vero che mi fanno comodo, mi permetteranno di estinguere il mutuo, riscatterò in anticipo appartamento e garage, ma il motivo non è solo il danaro, è la curiosità, voglio vedere cosa sono capace di inventarmi durante l’isolamento, cosa farò del tempo a disposizione, come lo impiegherò vivendo quest’epoca come se fossimo cinquant’anni fa. Questo ho spiegato mentre cenavamo e li ho pregati di diffondere la notizia nelle loro cerchie e giustificarmi se non sarò virtualmente attivo nelle loro vite. Ho fatto presente che però il telefono e il campanello funzionano benissimo. Anche il forno della tua cucina, ha aggiunto Valérie, che all’ultimo minuto ha interrotto il suo mutismo. Il pasticcio fatto in casa ti è riuscito bene, ha concluso Joseph, rilassato verso mezzanotte e pacificato col mondo avendo raggiunto un tasso alcolico a livello di guardia. Ottima cena, insalata equilibrata e budino da chef, hanno osservato Paul e Susan, gran goduriosi come le loro notevoli stazze stanno a testimoniare. Puoi invitarci ogni sera se per riempire il tempo devi cucinare.

4° giorno

L’ansia mi attanaglia. Siamo al quarto giorno e già temo di non farcela, stanotte mi sono svegliato di soprassalto e non ho più preso sonno, pensavo che se vado avanti così perderò le mie amicizie, ha un bel dire Margot che devo frequentare gli amici che esistono davvero, con cui possiamo stringerci le mani e guardarci negli occhi. Allora ho buttato giù una lista di nomi su un’agendina, uno o due nomi in ogni pagina, controllo l’indirizzo sull’elenco telefonico, prendo la bicicletta e giro per la città finché non individuo il condominio, appoggio la bici alla ringhiera e suono il campanello. Dopo aver ricevuto risposta metto la catena e chiudo a chiave il lucchetto. Di solito, quando sentono il mio nome al citofono farfugliano un’esclamazione di stupore tipo Oh! Mamma! Si capisce che nessuno, al giorno d’oggi e alla nostra età, fa più un’improvvisata e si materializza vivo e vegeto in carne e ossa. Bisognerebbe, lo so, lo so, conosco le buone maniere, prima fare una telefonata per annunciare l’intenzione di una visita, contrattare il giorno adatto che vada bene a tutti e due, conciliare l’orario e nel frattempo, dentro di sé, valutare se varrà la pena di incontrarsi o se invece sarà una scocciatura, poi, una volta deciso che magari l’incontro porterà qualche vantaggio, si acconsente e ci si dà appuntamento in qualche posto pubblico fuori casa. Per me non funziona più così: non ho secondi fini e mi diverto a scavalcare ogni passaggio, evito il cerimoniale, dribblo la burocrazia dell’amicizia, anzi, uso la quantità di gioia che riscontro mentre torno a casa come misura dell’amicizia vera, in corso o in progressione. Bado che sia un’ora canonica, o dopo pranzo o dopo cena, quando presumibilmente la gente sta rilassata in pace, se non apre nessuno non me la prendo, vuol dire che avrò fatto un giretto in un quartiere mai visto. Dunque suono il campanello, devo dire che tutti si mostrano contenti della sorpresa, ho la sensazione che al momento di vedermi emergano da una bolla, dall’isolamento asettico del loro appartamento. Se non trovo nessuno lascio un biglietto nella cassetta della posta:

Sono passato a salutarti alle ore tali del giorno tale.

Se vuoi chiamami al fisso, il cellulare non ce l’ho più,

se vuoi puoi passare anche tu.

Ciao Ben

5° giorno

Oggi Margot viene da me, ha detto che è stufa di parlarmi al telefono e vuole vedermi in faccia, a tu per tu. Finora è l’unica a non dirmi Mandami un sms di conferma oppure Mandami una mail, o Ti mando il materiale aggiornato su dropbox, ha capito che con me non funziona più così. Mi ha detto che ha pronte le bozze del catalogo VITA ELETTRONICA, me le porterà nel pomeriggio e ci metteremo gomito a gomito a correggerle sulla carta, visto che non ho più il computer.

Campanello, citofono, pulsante apriporta. Eccola.

In un paio d’ore abbiamo concluso la lettura dei testi, praticamente erano corretti, ora tocca al grafico scegliere i caratteri, spostare gli ingombri delle foto, ingrandire, ridurre e impaginare. Mentre Margot leggeva ad alta voce mi distraevo spesso, pensavo che devo decidere in fretta se accettare o no una nuova proposta, mi hanno concesso quarantott’ore per dare la risposta. L’esperimento VIVERE SENZA si complica, mi hanno mandato una lettera, mi chiedono se accetto di vivere senza automobile. Sto tergiversando, non sono sicuro, è vero che posso prendere i mezzi pubblici, treno corriera autobus e per i tragitti brevi qui in città la bicicletta come faccio già, ma, mi chiedo, se devo trasportare qualcosa di più pesante rispetto alle borse della spesa che porto attaccate a penzoloni sul manubrio, che so, dei leggii, strumenti musicali, scatoloni di dépliant dei concerti… poi mi dico che suono il pianoforte, non lo trasporto mica io e in caso di tournée con violino e violoncello saranno i musicisti del trio a mettere l’auto a disposizione, alla peggio la prenderemo a nolo e ci divideremo i compiti, i programmi di sala li porterà qualcun altro. Finora ho fatto tutto io, in fin dei conti sono il presidente dell’associazione VITA ELETTRONICA, mi spettano gli onori – pochi – e gli oneri – tanti -, vorrà dire che gli oneri, nel senso letterale di pesi, li porterà qualcun altro. Comunque, non accetto per la posta in palio, che sarebbe il premio in danaro raddoppiato alla fine dell’esperimento, ma per la sfida che tali privazioni faranno scattare in me, sono curioso di sapere cosa riuscirò a escogitare rinunciando anche all’auto. Il premio finale, se mai riuscirò a ottenerlo, lo devolverò all’associazione, lo utilizzeremo per nuove produzioni aperte ai giovani artisti dotati e squattrinati.

Bene, adesso telefono e dico che ci sto.

6° giorno

Non è poi così difficile stare senz’auto. Per spostarmi a Trèsvieilleburg, dove c’è il Conservatorio, posso prendere il treno, è fatto apposta per i pendolari. Sono andato in stazione, era una vita che non ci andavo, mi sono copiato gli orari sull’agendina tascabile e ho fatto l’abbonamento, fino alla stazione vado in bici e tutto risolto. La stazione mi ha impressionato. Ricordavo che anni fa c’erano delle panchine per riposarsi nell’atrio e sui binari. Ora le panchine sono sparite, chissà perché le hanno tolte e la gente deve aspettare in piedi o seduta per terra. Non ho mai visto tanta gente seduta per terra o accucciata con le braccia tra le ginocchia. Poche valigie o trolley ho visto in giro, fagotti, direi, sacchi di plastica pieni da scoppiare, facce strane, tutti tanto magri, sembravano straccioni, anche donne e bambini, buttati là, stravaccati, alcuni mi sembravano bagnati. E poi la polizia. Che ci fa la polizia nelle stazioni? Quando studiavo al Conservatorio e viaggiavo per concerti c’erano solo i bigliettai e il capotreno in divisa, oggi ho visto pattuglie con stivaloni e sfollagente, pistola alla cintola e giubbotto antiproiettile, perché? Ho fatto in fretta dietrofront, non mi sono fermato a informarmi se era in atto una sommossa, mi sono sentito in pericolo e me la sono data a gambe, non si sa mai che a qualche giovanotto di prima leva più nervoso dei veterani non venga in mente di aprire il fuoco. Sarà solo per oggi, mi dico, sarà un’emergenza transitoria, forse un allarme bomba o un attentato, chissà.

Mentre pedalavo di gran lena zigzagando tra le auto ferme al semaforo, davanti all’edicola ho intravisto un titolo di giornale, ho frenato, sono tornato indietro e ho comprato tre quotidiani dai titoli cubitali:

INVASIONE DI PROFUGHI

NE’ AVANTI NE’ INDIETRO

MITRA SPIANATI BAMBINI AFFAMATI

Mi riservo di leggerli stasera per filo e per segno prima di andare a dormire, articoli di fondo e approfondimenti compresi.

7° giorno

Mi sono alzato presto e sono arrivato in stazione in anticipo. La porta della sala d’attesa è sbarrata, l’accesso alla biglietteria è transennato e vi si accede solo in fila indiana, uno alla volta. Prima di scendere la scalinata che porta ai binari bisogna esibire il biglietto o l’abbonamento ben alto davanti al viso insieme alla carta d’identità e un poliziotto dall’aria truce controlla che siano validi, poi ti fa passare. Chi non è in regola coi documenti non può viaggiare. Davanti a me nella fila c’era una studentessa dall’aria assonnata, aveva lasciato a casa la tessera universitaria e si è messa a piangere quando l’hanno rispedita indietro, eppure, nel protestare che avrebbe perso la sessione d’esame, parlava la nostra lingua priva d’inflessioni straniere. Dopo questo piccolo incidente, mentre facevo la fila che procedeva a rilento, mi sono sentito tirare per la manica, una bimbetta di cinque-sei anni dalle trecce sghimbesce si era intrufolata chissà come sfuggendo ai controlli, mi arrivava a malapena alla cintola e mi guardava con gli occhioni spalancati mentre ondeggiava la mano davanti alla bocca semiaperta, un gesto che all’inizio non ho saputo decifrare ma divenuto in breve intelligibile, non ci vuole molto a capire che la boccuccia chiede di essere riempita di cibo e bevande. Di bevande non ne porto con me perché se ho sete vado al bar a prendere qualcosa, un caffè un cappuccino un’acqua minerale o una spremuta, con me ho l’abitudine di portare un panino fatto in casa col pane del fornaio, non sopporto quelli confezionati sotto vuoto che sanno di plastica. Così ho fatto in tempo a estrarre dalla cartella il panino formaggio insalata e pomodoro e gliel’ho fatto scivolare in mano di nascosto, non si sa mai che sia proibito fare carità. Io non lo so, non sono aggiornato, col fatto che da una settimana non guardo la tivù magari mi sono sfuggite certe nuove norme.

8° giorno

Ho passato il tempo libero a documentarmi sulla carta stampata. In poche parole: la città è assediata, scrivono davvero così, da migliaia di sfollati arrivati qui con mezzi di fortuna, in transito per i paesi del nord Europa. Sono vivi per miracolo dopo viaggi stipati dapprima sui barconi poi sui camion del trasporto animali, nascosti tra gabbie di galline o casse di pomodori. Da quando è finita Schengen e le frontiere si sono richiuse questi poveracci non possono circolare, sono privi di documenti di riconoscimento e portano con sé solo le loro storie di sofferenze e privazioni. Un po’ mi sento simile a loro, per il fatto di essere la cavia dell’esperimento VIVERE SENZA, simile rispetto alle privazioni intendo dire, per quanto io stia vivendo privo solo del superfluo e non dell’essenziale come il cibo, il letto, la casa… però da quando ho aderito al concorso sto ragionando su cosa vuol dire vivere senza qualcosa. Per me è quasi un divertimento, mentre per loro, se guardiamo le facce contratte e smunte, è una tragedia che va ad aggiungersi alle tragedie che li hanno spinti fino a qui. Se penso che per finire sdraiati sul pavimento di una stazione hanno speso migliaia di euro mi viene una rabbia… Ma, dico io, come si fa a partire senza sapere dove andare, senza calcolare le conseguenze delle partenze avventate? Del resto è logico, partono alla carlona, senza sapere, anche il loro è un esperimento VIVERE SENZA, con la differenza che io non rischio nulla, anzi mi pagano, mentre loro rischiano la vita. Io vinco qualcosa ogni giorno, loro ogni giorno fanno i conti con l’ignoto, con la desolazione di non sapere dove finiranno, se mangeranno o no, cosa decideranno sulla loro sorte i capi di Stato e gli amministratori locali. Noi qui a discutere di respingimenti e accoglienza, reticolati e muri, altruismo e padroni in casa nostra, Stati Uniti d’Europa, società meticcia, difesa della sovranità e preservazione dei valori.

9° giorno

Stamattina ero in garage con la serranda aperta, stavo pulendo e oliando la bici da corsa, un lavoretto che richiede tempo e pazienza, sognavo da giorni di farlo: controllare i freni, la catena e i pedali, quando ho avvertito un rumore, una specie di fruscio. Ho pensato a un gatto e ho continuato il mio lavoro, sono meticoloso quando mi ci metto. Subito non ci ho dato peso però ho pensato che se fosse stato un gatto bisognava farlo uscire subito, non volevo restasse dentro intrappolato, allora per far rumore ho picchiato forte la chiave inglese sul pedale ma del gatto neanche l’ombra. Stavo riponendo i ferri quando il fruscio si è fatto sentire nuovamente. Mi giro di scatto e con la coda dell’occhio colgo qualcosa che si muove alle mie spalle. Faccio tre passi, mi avvicino all’armadio e dietro all’anta aperta chi ti trovo? Rannicchiata in un angolo per farsi ancor più piccola c’è la bimbetta dalle trecce sghimbesce della stazione. Mi guardava da sotto in su, incerta sul da farsi, se fidarsi di me o scappare, se ne stava immobile. Immobile ero anch’io, perplesso di fronte alla creatura cui avevo dato in mano il mio panino e mi chiedevo come avesse fatto a rintracciarmi, per arrivare fino a me non poteva avermi seguito con quelle gambette e poi il panino gliel’ho dato due giorni fa. Mentre scrollavo il capo senza raccapezzarmi sento dei passi sulla rampa del garage. Sarà un vicino, penso, sarà Pètros che viene a salutarmi e mi dispongo a scambiare due chiacchiere. Ma i passi non sono i suoi, li sento lenti e incerti, strascicanti e ciabattosi. Indossa una gonna lunga fino a terra, i capelli coperti da un foulard annodato sotto al mento, al collo un telo di traverso sorregge un involto, un fagotto in una mano, un altro fagotto nell’altra mano. Finito di scendere la rampa mi si ferma davanti e i nostri sguardi s’incrociano. Noto che è alta come me. Io resto a fissarla, lo stupore mi blocca, allargo le braccia e scrollo nuovamente il capo. Un metro ci separa, forse meno. Allungo un braccio e le tolgo il peso dei fagotti. Lei scopre un poco il tesoro che porta appeso al collo messo di traverso sul davanti e mi conferma la presenza di quel che avevo sospettato, un neonato. Mi porto una mano sui capelli, si dice così anche se sono pelato, è un gesto che viene spontaneo quando non si sa come comportarsi. Continuo a non capire come sono arrivate fino a me, allora la signora, che deve avere intuito la domanda e si è preparata la risposta strada facendo, o meglio cercando la strada, fruga tra gli stracci del neonato, estrae una busta e me la porge. È la mia busta, la riconosco. L’altro ieri, per non perdere il treno, il panino l’ho incartato nella prima cosa pulita che ho trovato, una busta bianca che porta stampato sul retro l’indirizzo del mittente, cioè il mio.

Quando sono da prendere, le decisioni vanno prese in fretta e il mio garage mi aiuta. Quella volta, quando comprai l’appartamento nel vicolo della Misericordia, lo scelsi anche per le considerevoli dimensioni del garage: cinque metri per sei, trenta metri quadrati, abbondanti per la macchina e la bici. Dopo il trasloco ho installato la lavatrice, così in casa non sento il rumore della centrifuga, con accanto un lavello per il bucato a mano, un vecchio frigo, un tavolo e l’armadio dove stipare utensili e carabattole. È bello grande, finestrato, l’altezza del soffitto è regolamentare.

Faccio cenno alla donna di non aver paura, la bambina intanto si è attaccata alle sue gonne e la sua espressione, titubante all’inizio, ora si tramuta nel sollievo dell’incontro, mentre quella della madre resta grave. È ancora presto per rilassarsi, adesso.

Per il momento so cosa fare: dall’armadio recupero il materassino da campeggio, lo gonfio con la pompa della bicicletta e faccio loro intendere che possono accomodarsi. Sopra al bancone da lavoro, vicino alla morsa, appoggio il fornellino da campeggio e lo collego alla bombola, dispongo le pentole, i piatti e i bicchieri di plastica, mi sembra che, per essere abitabile, al monolocale non manchi nulla. No, non è vero, manca ancora una cosa. Apro la finestrella a vasistas, faccio scorrere la serranda e la socchiudo lasciando aperto un pertugio che consenta il ricambio d’aria, sollevo con forza la grata dello scarico aiutandomi a far leva con un piede di porco e mostro loro il buco, spero capiscano di accucciarsi lì per fare i loro bisogni, prendo un secchio, apro il rubinetto del lavello vicino alla lavatrice e lo riempio d’acqua, lasciandolo pronto all’uso. Sulla porta interna che dà sulle scale, prima di uscire, a grandi gesti come nei film muti faccio intendere che se ne stiano lì ferme e buone che io vado di sopra a preparare da mangiare. Per farmi capire uso la mimica appresa dalla bambina e oscillo le dita davanti alla bocca aperta, poi, prima di scomparire, le invito ad aspettarmi. Il tempo di improvvisare una pasta al pomodoro e sono di nuovo giù con la terrina fumante. Per le scale incrocio Pètros, il mio vicino di sopra che mi guarda strano ma io saluto e tiro dritto, primo perché mi sto scottando, secondo non ho intenzione di giustificarmi né di dare spiegazioni. So bene che è un reato ospitare clandestini.

Col gomito abbasso la maniglia della porta interna del garage, la spingo col ginocchio ed entro col mangiare. Sul materassino stanno seduti in tre, anzi in quattro, se consideriamo anche il neonato: la donna dal foulard, la bimba dalle trecce sghimbesce e un uomo dalla barba incolta. Benone, sarà il marito, mi dico, meno male che ho buttato mezzo chilo di farfalle. Velocemente do una sciacquata alle forchette e ai piatti di plastica fermi alla polvere dall’anno scorso, li scrollo un po’ perché ho dimenticato le salviette e riempio i piatti, il mio compreso.

Seduti a gambe incrociate sul materassino mastichiamo in silenzio, ogni tanto ci scrutiamo e scambiamo un sorriso a bocca piena.

PèTROS

Il mio vicino Ben è proprio scemo, si farà beccare come un pollastro, con la scusa che lui la trasmissione non la vede perché è senza tivù, in pochi giorni tutti hanno saputo della sua bravata. Non che si sia vantato, tutt’altro, si limitava a farne la cronaca in diretta come se fosse stata una partita di calcio, secondo me non si rende conto che ogni parola che dice è pericolosa, non lo sentono solo i telespettatori, anche la polizia civile sta ad ascoltare, eccome. Lui non lo sa, ma da quando nel suo resoconto ha cominciato a deviare dal tema iniziale, cioè da quando non ha più raccontato quel che escogitava per riempire le giornate del concorso, finiti i pranzi e le visite agli amici si è tirato in casa i clandestini, e… fòppete, la polizia ha preso a ronzare qui intorno. Non mi toglie dalla testa nessuno che il nuovo portalettere sia un agente in incognito, che il garzone del panificio non sia più lo stesso a fare le consegne. Io ho mangiato la foglia, mi sono accorto che qualcosa non quadra, l’altro giorno ci siamo incontrati per le scale, Ben di solito si ferma volentieri a fare quattro chiacchiere con me, siamo gli unici single del condominio e per giunta compiamo gli anni lo stesso giorno, il trenta giugno e spesso festeggiamo insieme il compleanno o da me o da lui. Quel giorno però non mi ha quasi salutato, scendeva di fretta gli scalini con una terrina di pasta fumante fra le mani, ha spinto col piede la porta interna del garage e l’ha subito richiusa a chiave dall’interno. Logico che sono corso a spiare, prima dalla finestrella socchiusa, poi dallo spiraglio rimasto aperto sulla serranda scorrevole. Ho visto una bambina seduta vicina alla madre col neonato in braccio, poi un uomo che non ho ben capito se giovane o vecchio, forse il padre della famigliola, non so. Sono rientrato in casa pensieroso, ho pensato alle grane che incombono su tutti. Adesso lo avverto, ho pensato, guarda che lo sa tutto il paese che stai ospitando clandestini, sei stato proprio scemo a raccontare al mondo il loro arrivo in via della Misericordia.

Il giorno dopo sono sceso per dirglielo, lui abita sotto di me, ho bussato ma non mi ha risposto, segno che o non vuole vedere nessuno o è uscito a fare la spesa, servirà latte in polvere e pannolini oltre alla roba da mangiare. Ho fatto dietrofront in attesa di beccarlo al varco, ma non so come ha fatto a passare inosservato, io non l’ho visto né uscire né entrare, e sì che sono stato un bel po’ appostato di vedetta dietro le tende della sala. Magari è rimasto tutto il tempo con loro nel garage, magari in questi giorni per non dar nell’occhio stanno mangiando scatolette. Io vorrei dargli una mano e dirgli che di me può fidarsi, siamo amici da una vita oltre che coinquilini, siamo ambedue senza figli, vorrei avvertirlo che deve smetterla di raccontare quelle cose al concorso, deve limitarsi alle gite in bicicletta, fare il poeta che descrive le fioriture dei viali, elencare gli oggetti esposti alle vetrine, parlare delle persone che va a trovare, riassumere i libri che legge, illustrare i brani musicali che compone, non mettersi a dichiarare il suo impegno sociale in opposizione alle leggi vigenti, si vede che non è al corrente delle nuove norme, come glielo dico? Non voglio scrivergli un biglietto e neppure telefonargli, l’apparecchio può essere sotto controllo, spero di beccarlo prima o poi sul pianerottolo, nel frattempo lo ascolto alla tivù mentre si compromette sempre più. Lui non sa che all’audio del suo diario i tecnici hanno cominciato ad affiancare immagini di invasioni e sfondamenti di frontiere da parte dei nuovi barbari, così li definisce la polizia civile per incutere diffidenza e terrore. Lo capisce anche un bambino a cosa mira la campagna elettorale. Ho la sensazione che siamo circondati, ma non sono sicuro, forse è il mio complesso di persecuzione che riaffiora. Io ronzo attorno al garage di Ben ma non sento rumori, la porta interna resta chiusa, la serranda pure, vado su e giù per le scale cento volte al giorno invece di annaffiare l’orto. Noi pensionati siamo così, appena intravediamo una nuova occupazione ci buttiamo dentro a capofitto. Io lo invidio il mio amico Ben, è poco più giovane di me e ha ancora le energie della contestazione che io avevo nel lontano Sessantotto, si è messo a sfidare l’autorità costituita, mi fa venire voglia di affiancarlo nella lotta. Qui non si tratta di combattere il sistema come si diceva una volta, si tratta di salvare qualche vita umana. Voglio anch’io fare la mia parte.

  • Ciao Ben, ma dove cacchio eri finito? Sono giorni che ti cerco a tutte le ore del giorno e della notte!

  • Non sono tornato a dormire, mi sono fermato da Margot, dovevamo finire il lavoro entro oggi, stiamo per dare alle stampe il catalogo della VITA ELETTRONICA, la nostra associazione.

  • Ma va’ a raccontarlo a qualcun altro, so benissimo perché ti sei eclissato, volevi far perdere le tue tracce, so cosa stai combinando in garage.

  • Io? cosa starei combinando?

  • Nascondi una famiglia intera, li ho visti.

  • Tu hai le traveggole, ti stai inventando tutto.

  • Scommettiamo?

  • Vieni, andiamo a vedere, guarda tu stesso: il garage è vuoto.

  • Ma come hai fatto, non credo ai miei occhi, dimmi come hai fatto a farli traslocare senza dare nell’occhio, non me ne sono accorto neanch’io che sono stato appostato a spiare ogni movimento sulla strada.

  • E non ti sei accorto che ieri sera Margot è arrivata in macchina, l’ha posteggiata sulla rampa del mio garage e abbiamo caricato alcuni scatoloni?

  • No, forse stavo cenando, o forse ascoltavo i tuoi resoconti demenziali alla tivù, ma allora, vuoi dirmi che Margot li ha trasbordati con la sua macchina?

  • Sì, i bambini nascosti dentro agli scatoloni.

  • E padre e madre?

  • Gli abbiamo fatto infilare la divisa della Ditta Spedizioniera, come se fossero i fattorini delle consegne, tutto in regola, cappellini compresi, poi Margot ha rischiato dieci minuti al volante, cosa vuoi che sia, dieci minuti in mezzo al traffico del rientro, chi vuoi che ti controlli, vuoi che ti fermino al semaforo?

  • E adesso? La famigliola?

  • Non ti dico altro.

  • Senti, fidati di me, vorrei anch’io rendermi utile, entrare nell’impresa del soccorso. Allora? La famigliola?

  • Per qualche giorno starà al sicuro da Margot.

  • E poi?

  • E poi, e poi, vedremo di giorno in giorno.

  • E tu?

  • Per me il problema è inventarmi ogni giorno qualche cazzata da raccontare al concorso e contemporaneamente mettere insieme le parole segrete da diffondere per coordinare la rete dei soccorsi.

  • In che modo? Quali parole?

  • Parlando al microfono a tutto il paese, dalla tivù posso inframmezzare i discorsi frivoli con indicazioni quali appartamento, garage, bambini, mangiare, latte in polvere, giardiniere.

  • Giardiniere?

  • Non hai notato che ultimamente molti condominî con giardino sono curati come mai lo sono stati prima, privi di erbacce, erba rasata, rami secchi potati, secondo te perché?

  • Non saprei.

  • Grazie alle centinaia di giardinieri appena assunti, e dove abitano, questi giardinieri?

  • Noo!

  • Sì, nei garage o negli appartamenti sfitti.

  • Ma allora?

  • Allora li assumiamo noi, risultano regolari, non più clandestini, sono in regola grazie ai documenti falsi che la Dirigente dell’Ufficio Immigrazione ci fornisce sottobanco.

  • Anche la Dirigente allora.

  • Sì, anche lei si è mossa a pietà e sembra che le sue pressioni sulle alte sfere contribuiscano a far modificare le leggi in discussione sull’accoglienza, diventeranno meno restrittive, basterà trovare una casa o un garage e un lavoro e quei disgraziati avranno diritto di abitazione e asilo.

  • Sì, ma in questo modo quanta gente puoi accogliere?

  • Calcola tu, quanti garage ci sono, quanti appartamenti sfitti, quanti giardini da curare?

  • Ma non potranno stare sempre chiusi nascosti come in gabbia nei garage, se la polizia civile fa i controlli cosa succede?

  • Per ora abbiamo attivato una rete in movimento, stanno un po’ qua un po’ là nelle case e negli scantinati, li scorrazziamo di nascosto attraverso la città, da una parte all’altra a seconda dei residenti che li ospitano. Sempre meglio che stare nei Centri di Raccolta.

  • Tutto fuorilegge, naturalmente.

  • Certo, che discorsi.

  • E se la polizia civile vi intercetta?

  • Noi residenti pagheremo l’ammenda.

  • E i clandestini?

  • Finiranno al Centro di Estinzione e la loro storia sarà finita. Ma faremo di tutto affinché ciò non accada.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *