Pap Fall, dal basket al sindacato

Senegalese, tecnico informatico, cresciuto a Parigi, nel 1998  arriva in Italia, in Sardegna, chiamato a giocare in una squadra di basket e da allora non se ne è più andato. Ha cambiato lavoro e regione: da giocatore è diventato prima operaio specializzato, poi sindacalista e ora dirigente sindacale Cisl in Veneto. Una storia di successo costruita passo dopo passo, quella di Abdoulaye Laity Fall detto Pap Fall. 

Perché hai un “nome d’arte”?

“Perché è più facile da ricordare e pronunciare. L’ho scelto quando giocavo a basket anche perché era più semplice interagire con i tifosi. In realtà “Pap” non è inventato e dovrebbe essere Papà, perché porto il nome di mio padre e nella tradizione senegalese quando è mio diventa “Papà”, ma come nome pubblico ha un significato troppo importante quindi ho scelto Pap che è facile, ma ricorda le mie origini”.

La tua sembra una storia di “immigrazione tranquilla”

“Mi piace vivere in Italia. Qui sto bene ho trovato la mia dimensione. La mia è una storia di immigrazione paradossalmente anomala perché assolutamente normale, anche se non è sempre stato facile e non sempre è facile anche per mia moglie, Alimatou, cresciuta a Parigi, laureata in matematica, che ora vive nella provincia padovana e le sue amiche parigine la prendono in giro perché qui per avere una linea adsl abbiamo aspettato un anno”.

Cosa significa?

“Voglio dire che per noi non è stato semplice anche dal punto di vista della quotidianità e nonostante siano molti anni che viviamo qui non sempre le relazioni sono facili. Noi abbiamo due bambini e vogliamo che crescano italiani: per questo siamo qui e non ci facciamo condizionare dalla superficialità di chi non vuole vedere la realtà, comprendere che l’Italia sta cambiando e che noi siamo un’opportunità, una chance”.

Perché hai scelto di fare il sindacalista?

“Ho conosciuto il sindacato in fabbrica e ho capito che questo è un modo per mettersi al servizio delle persone senza fare distinzioni tra italiani e immigrati. Non voglio occuparmi solo dei problemi dell’immigrazione. Nel sindacato ho trovato la mia dimensione perché credo che noi dobbiamo lavorare in prima persona per diventare veri cittadini italiani. Gli immigrati devono poter scegliere di partecipare alla vita pubblica perché il loro contributo alla realtà economica del Paese è un elemento ormai indiscutibile”.

Viviamo un periodo difficile e la paura dell’immigrazione cresce. Che fare?

“Dobbiamo lavorare seriamente e incessantemente all’integrazione. Per favorirla ci vogliono rispetto e riconoscimento e credo che la cultura cattolica debba coinvolgere i migranti nella politica. E’ una sfida da raccogliere nonostante le difficoltà perché servono cittadini consapevoli e coinvolti”.

Quali sono gli strumenti da usare? 

“Conoscenza e informazione. E’ necessario far si che ci sia consapevolezza di vivere tutti nello stesso luogo con pari dignità e opportunità. Convivenza e integrazione devono essere la quotidianità di tutti il che significa essere rispettosi delle differenze culturali e religiose di ciascuno. Per questo reputo l’impegno personale lo strumento indispensabile per realizzare questa società nonostante le difficoltà legislative e io ho trovato il mio strumento del sindacato”.

Donatella Gasperi

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